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53°

Balabà camminerebbe le strade di un’altra città, già visitata o sconosciuta. Camminerebbe nei vicoli di Roma, posando i piedi quasi con garbo su vecchi ciottoli qua e là chiazzati di impalpabile muschio verde, guardando edifici segnati dal tempo, gli intonaci sbrecciati e le pietre consumate, segnati dall’incuria che sembra l’anima della città. Camminerebbe le strade di Berlino, frastornato dal mescolarsi di moderno e di antico ricostruito, lo percorrerebbe il peso della storia, la memoria indelebile di come il mondo aveva subito la follia che aveva dominato la città. Camminerebbe le vie de L’Avana, nel parlare allegro della gente e negli odori forti di cibo, fumando un sigaro appena comperato dopo aver visto le donne che li costruivano, ascoltando Dumas o Verne letti ad alta voce, in stanzoni impregnati di profumo del tabacco. Camminerebbe i viali di Los Angeles, rivedendo le scene di innumerevoli film girati sotto le palme o sui marciapiedi sovrastati da vecchi edifici o luccicanti g...

52°

Balabà ricorda giorni e anni ricchi di colori. Rivede ragazzi che riempiono un prato davanti al palco sul quale si esibiscono Jimi, Neil, Joni e tanti altri, decisi a dividere la propria arte con quelle folle allegre, disordinate, piene di vita, ansiose di abbandonarsi all’emozione della canzone amata nell’istante. Rivede sconosciuti che si incontrano, nelle mani il giornale che grida i primi passi dell’uomo sulla luna, si fermano a dire anche solo poche parole, a condividere con un sorriso stupore ed entusiasmo per quel momento, qualcosa di eccezionale mai vissuto così. Rivede i volti sereni di nemici che infine si stringono la mano, dietro i sorrisi la fatica di duri confronti, della ricerca di un terreno sul quale camminare infine uno accanto all’altro e non uno contro l’altro, per schiudere giorni nuovi non solo ai propri cittadini. Rivede i soldati abbassare i fucili, consapevoli di non potersi opporre alla folla che oltrepassa il confine per anni invalicabile, barriera tra uomini...

51°

Balabà aprirebbe le braccia per volare via nel vento. Volerebbe sopra il Prato della Valle, passando piano tra gli alberi e le statue, guardando persone che camminano o che siedono sull’erba nella luce pallida del mezzogiorno fresco di Novembre, assaporando momenti che presto non potranno più godere. Volerebbe sopra una spiaggia deserta, sopra la sabbia disegnata dalle onde e dal vento, non segnata da impronte, umida di pioggia in un mattino scuro, sotto il cielo nascosto da dense nuvole grigie, che il tenue Maestrale fa scorrere lente. Volerebbe sopra Central Park, osservando stupito l’inseguirsi degli infiniti colori dell’autunno sugli alberi e sui viali e sui sentieri, foglie da cui non può distogliere lo sguardo, immaginando i rami tra pochi giorni spogli, pronti a coprirsi della prima neve. Volerebbe sopra un campo appena arato, terra rossa e forte distesa in lunghe fette una accanto all’altra, diritte verso l’orizzonte, lucenti dell’umidità della notte nel sole timido, i cui ragg...

50°

Balabà vorrebbe rivedere i frutti cresciuti nella terra. Guarderebbe ancora un porcino ergersi luccicante tra i tanti chicchi di grandine caduti il giorno prima, una coltre che il sole fa pian piano lampeggiare e sciogliere nell’avvallamento dove si è mantenuta intatta nella notte. Guarderebbe ancora le patate adagiarsi sulle zolle distese dal piccolo vomere che apre la terra con garbo, scoprendo innumerevoli tuberi rotondi, la cui chiara pelle ruvida spicca tra le radici recise e le foglie che presto appassiscono nel mezzogiorno. Guarderebbe ancora una famiglia di piopparelli chiusi in sé stessi, piccoli e scuri, stretti gli uni agli altri quasi a proteggersi, decisi a crescere insieme, a cercare insieme il calore e la luce cui darsi per farsi grandi e schiarire nel giorno. Guarderebbe ancora la sommità di una carota sporgere appena dal terreno, l’arancione striato di verde sotto il ciuffo folto che si apre e ricade un po’ verso il basso, come tutti quelli che si ergono nel rettangolo...

49°

Balabà vede oltre la nebbia che ha negli occhi e gli appaiono volti. Guarda il suo volto, per la prima volta da vicino, separato da lei da alcuni banchi nella classe piena di luce, si sente illuminare dai suoi occhi azzurri e dai suoi capelli biondi che scendono sul grembiule nero raccolti in una treccia. Guarda il suo volto mentre lei passa veloce accanto per servire un altro tavolo, il fumo nella sala sbiadisce il castano della chioma folta, cornice dei tratti delicati e della liscia pelle abbronzata che fissa bevendo l’ultimo sorso dal bicchiere. Guarda il suo volto sul quale la neve riflette la luce intensa del sole di febbraio, rallenta per smarrirsi nel verde degli occhi che osservano le rotaie davanti a loro e gli alberi che scorrono piano vicini, i rami bianchi appena accarezzati dal vento. Guarda il suo volto cosparso dalle macchie di colore diffuse dallo schermo del computer, il suo sguardo e la sua espressione attenti, concentrati nel silenzio dell’ufficio in cui scarsa luce...

48°

Balabà ascolta il caldo attraversare la sua pelle e percorrere il suo corpo. Lo ha ascoltato affacciandosi sull’abisso del Grand Canyon, sforzandosi di scacciare le vertigini, smarrendosi nelle ombre ancora lunghe del mattino d’Agosto, fissando i rari alberi e arbusti aggrappati alle scarpate e l’azzurro intenso del Colorado lucente e lontano. Lo ha ascoltato seguendo Doc tra le balle di paglia nel primo pomeriggio, sentendo a ogni passo lo scricchiolio delle stoppie sotto i sandali e il raro gracchiare di poche cornacchie che volavano sopra di lui nel cielo afoso nel cuore dell’estate. Lo ha ascoltato osservando il sole ancora un po’ alto sopra Uluru, che già mutava colore e si faceva più rosso, la pietra sembrava palpitare assorbendo i raggi ancora accecanti che fremevano nell’aria incredibilmente asciutta che scorreva tra le labbra aride. Lo ha ascoltato, asciugando il volto dal sudore, mentre percorreva l’ultimo ripido tratto del sentiero, sentendo già il clamore fastidioso della f...

47°

Balabà guarda le nuvole disegnarsi nel cielo sopra i tetti di città e può solo lasciar andare la memoria. Le ricorda accavallarsi nel blu sopra le Olgas e il deserto rosso, farsi un grosso uccello che scivola veloce sopra piccoli igloo accostati l’uno all’altro nel cielo, così irreali nel torrido calore estivo nel cuore dell’Australia. Le ricorda correre come due cani nell’inverno che sovrasta la terra nuda della campagna, uno più grigio e più veloce dell’altro, quasi volesse lasciarlo dietro di sé, restare solo nel cielo, dominare nell’aria gelida e limpida del mattino. Le ricorda lente mongolfiere passare sopra le guglie del Latemar, qua e là ancora chiazzate di neve arrossata dal tramonto primaverile, e offrire ai loro passeggeri la vista dei prati in cui inizia ad apparire qualche tocco di verde. Le ricorda avvicinarsi come il volto di un bambino curioso alla guglia e ai tre tetti di un tempio di Kyoto, silenzioso nel suo giardino di rocce e di cipressi, nell’azzurro intenso del ci...