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Balabà vorrebbe riavere le forze per viaggiare, vedere o rivedere innumerevoli luoghi.

Salirebbe a passi lenti monte Fuji, accarezzando i rami bassi dei larici, soffermandosi a riflettere sulla porta di un tempio, volgendosi a guardare i grattacieli di Tokyo nel limpido mattino d’autunno, riportando subito lo sguardo sulla vetta, scoprendosi, lieto, scintoista.

Percorrerebbe di nuovo il breve sentiero che porta alla cima di Hanging Rock, alzerebbe per qualche istante la testa per vedere il cielo tra le rocce e le cime degli eucalipti sui quali riposano i koala, si piegherebbe per superare un passaggio angusto, felice.

Camminerebbe accanto alla lunga cresta che si erge nel deserto e guida verso le guglie delle Chuska Mountains, respirerebbe l’aria secca del mattino, incurante del calore che si fa più intenso, ansioso di raggiungere le pendici dell’imponente cattedrale di pietra.

Poserebbe ancora i piedi nudi sulla spiaggia di Stintino, osservando l’isoletta su cui si erge la torre e la distesa di acqua d’un azzurro così chiaro, splendente nel sole dell’estate, e si lascerebbe accarezzare con gioia dal Maestrale ormai fiacco nel farsi mezzogiorno.

Balabà vorrebbe riavere le forze per viaggiare, vedere o rivedere innumerevoli luoghi. Si scopre a chiedersi dove gli piacerebbe che fossero sparse le sue ceneri e a sorridere immaginando che ne venissero lasciate scivolare un po’ nell’aria di più angoli del mondo.

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